2019

Felice Casorati nello studio accanto a quadro di Daphne

a cura di: Francesco Poli

Come per quasi tutti gli artisti, anche per Felice Casorati lo studio era molto di più di un funzionale luogo di lavoro, dove operare con gli strumenti del mestiere. Immerso nella calma silenziosa di angoli in penombra e di atmosfere luminose, profondamente connotato dall’accumulazione sedimentata degli oggetti d’uso e d’affezione (dai manichini ai libri) e dalla presenza di quadri e disegni attaccati alle pareti, posati per terra o sui cavalletti, questo spazio piuttosto disordinato era, per molti versi, un’estensione fisica della sua dimensione psicologica, mentale ed emotiva, la camera di compensazione e di concentrazione del processo creativo. Era l’ambiente in cui prendevano vita le sue rappresentazioni pittoriche, le meditate figure in posa e le nature morte.

A partire dalla meravigliosa visione idealizzata de Lo Studio del 1923, lo spazio del suo studio, sempre reinventato in modo essenziale e anche estremamente sintetico, diventa la scena di moltissime composizioni scandite da profili di tele che funzionano da quinte teatrali. Questi quadri ci danno un’idea quasi metafisica dello studio dell’artista, che ovviamente ha poco a che fare con la realtà quotidiana in cui viveva e lavorava.

Questa mostra allo Studio-Museo di Pavarolo, attraverso un’accurata selezione di fotografie storiche (in parte già note e in parte inedite), ci dà la possibilità di approfondire la conoscenza di Casorati da una prospettiva più intima e familiare. Troviamo qui soprattutto bellissime immagini dello studio più importante, quello della casa di via Mazzini 52 a Torino, dove (dal 1919) ha vissuto e lavorato per tutta la vita, ma ci sono anche foto che documentano altri suoi studi.

Quelle più sorprendenti e divertenti ci mostrano il giovanissimo pittore baffuto, che con pennello e tavolozza nelle mani posa fieramente davanti al cavalletto. È qui, in questo caotico studio da bohémien a Padova che inizia nei primi del ’900 la sua avventura artistica. Sembra quasi incredibile che si tratti della stessa persona che diventerà il compassato, (apparentemente) austero e celebrato maestro Casorati. Quello che, in veste di ormai vecchio e autorevole professore di pittura, vediamo circondato dai suoi allievi nell’aula dell’Accademia Albertina di Torino, dove aveva anche uno studio personale.

Per quello che riguarda lo studio di via Mazzini, la sequenza di foto più notevoli, è quella realizzata dall’amico architetto Giuseppe Pagano nel 1940. Queste immagini formano una sorta di reportage che dalla porta di entrata ci conduce dentro le stanze della casa-studio, quelle dell’atelier di Felice, ma anche nello spazio dove dipingeva la moglie Daphne Maugham, e persino nella stanza del piccolo Francesco anche lui futuro pittore (dove compare una lavagna piena di disegni e sullo sfondo in mezzo ai giocattoli il Tiro al Bersaglio). Sono inquadrature di grande qualità, ben analizzate da Maria Mimita Lamberti (nel catalogo della retrospettiva “Felice Casorati” del 1985, all’Accademia Albertina), anche come preziose fonti documentali.

“Siamo in medias res – scrive Lamberti – (…) lo studio ingombro di tele, i cavalletti, gli sgabelli spartani, il pavimento macchiato di colore, una stuoia logora, un pennello a terra e un tubetto schiacciato, qualche numero di rivista… Siamo nel luogo del lavoro quotidiano, l’officina, la cucina dove il mestiere di pittore trova i suoi connotati più umili e consueti. I quadri sono appoggiati alle pareti (o appesi ai muri dove c’è un chiodo disponibile, come ruote o pezzi di ricambio da un meccanico), in ordine casuale, pronto a essere mutato per fare, per fare una selezione, per mostrare i lavori a un amico, per l’invio a una mostra. Le cornici e i vetri riparano i quadri che già sono stati esposti (…) ma nell’insieme non c’è nessun allestimento preordinato, nessun rigore, nessuna suggestione di quella formula razionale e elegante che chiosa gli spazi pittorici e la figura stessa di Casorati in altre fotografie”.

Tra queste altre foto (che sono esposte in mostra) ci sono quelle in cui vediamo il pittore in posa in piedi davanti alla grande porta-finestra, in mezzo ad alcuni quadri (anche uno di Daphne) e sullo sfondo un busto in gesso di Venere classica; e quelle in cui è seduto sempre in posa, con una grande tavolozza in mano mentre fa finta di dipingere il quadro che è davanti a lui sul cavalletto. A differenza di queste immagini un po’ troppo “ufficiali”, Pagano (dopo aver rappresentato lo studio senza il protagonista) chiude la sua sequenza con un intenso ritratto in primo piano del pittore seduto su uno sgabello davanti a una serie di dipinti accatastati sulla parete di fondo.

Per quello che riguarda Pavarolo, ci sono alcune istantanee in cui si vede Casorati davanti alla soglia dello studio, ma la maggior parte delle foto lo ritraggono in una dimensione più familiare nel giardino interno della sua casa, insieme alla moglie e al figlio ragazzino, e anche con altri famigliari e amici.

Si tratta soprattutto di piccole istantanee in cui risuona l’eco del lessico familiare di casa Casorati, documenti visivi che si è voluto esporre (anche se non direttamente attinenti al tema dello studio) per dare qualche indicazione dell’atmosfera quotidiana che caratterizzava la vita dell’artista, in particolare nella serena dimensione dell’amata casa di campagna.

Per sottolineare il profondo legame fra Casorati e Pavarolo, è anche esposta una commovente immagine che mostra tutta la popolazione del paese al funerale del maestro.